Tumori del fegato: LIFT, il progetto italiano che sfida il cancro

La ricerca sulla Transplant Oncology dell’IRCCS Istituto dei Tumori di Milano, dedicata allo studio dell’interazione tra immunoterapia e trapianto di fegato, è in cima alla lista dei progetti “Change promoting” finanziati dal Ministero della Salute. “Offrirà una nuova prospettiva sul controllo dei tumori – dice il prof. Vincenzo Mazzaferro, responsabile del progetto – Se riusciamo a capire a fondo certi meccanismi, potremmo usarli anche in altri ambiti”
Milano, 15 aprile 2026 – LIFT – Liver cancer Immunotherapy Fueled by Transplantation (Il trapianto potenzia l’efficacia dell’immunoterapia contro i tumori del fegato), progetto di ricerca sulle nuove prospettive di controllo dei tumori per mezzo del trapianto di fegato promosso dall’IRCCS Istituto dei Tumori di Milano (in collaborazione con l’Università del Piemonte orientale “A. Avogadro”), è risultato al primo posto nella “Graduatoria Ricerca Finalizzata” stilata dal Ministero della Salute nell’area “Change Promoting”, ovvero su temi in grado di “produrre cambiamenti significativi nell’approccio alle malattie”. I progetti finanziati sono 79.
“Per la nostra istituzione è un riconoscimento molto importante, perché si tratta di un progetto nato totalmente qui”, dice il prof. Vincenzo Mazzaferro, Direttore della Chirurgia Oncologia 1 e professore ordinario dell’Università di Milano, responsabile dello studio e uno degli iniziatori del trapianto di fegato nei pazienti con tumore (le prime linee guida per questi interventi, i “Milan Criteria”, le ha elaborate lui stesso, nel 1996). “È una cosa che abbiamo fatto noi per primi, molti anni fa. Nel tempo abbiamo visto che funzionava, che una percentuale molto elevata di pazienti guariva. E da lì è nato un enorme sviluppo della transplant oncology, cioè della possibilità di curare i tumori con il trapianto”.
L’obiettivo del nuovo studio è comprendere a fondo l’interazione tra “due terapie potenzialmente curative: il trapianto di fegato e l’immunoterapia”. La combinazione di queste due strategie ha già mostrato risultati promettenti. Ma “resta da definire se l’efficacia della combinazione sia alla base di meccanismi indipendenti ma additivi o di inaspettate sinergie immunitarie”. In pratica, bisogna capire se e come questa combinazione finisce per attivare “percorsi immunitari ancora sconosciuti” che in tantissimi casi rendono le cure efficaci anche quando ci si aspetterebbe una reazione negativa del sistema immunitario del trapiantato. “A trent’anni dal primo paziente, ormai ce ne sono migliaia guariti – dice Mazzaferro – Ma il meccanismo biologico profondo, che spiega a livello cellulare e molecolare ‘perché’ questa cosa succeda, è ancora da capire fino in fondo”.
Lo studio, che coinvolge anche un gruppo di immunologi dell’Istituto guidati dalla dottoressa Licia Rivoltini, durerà almeno tre anni ed è reso possibile dalla grande quantità di dati ormai accessibili e dalla disponibilità di strumenti, anche di Intelligenza artificiale, che permettono di analizzarli con estrema precisione e rapidità. “Lavoriamo in collaborazione con un team di colleghi dello Human Technopole, guidati dal dottor Andrea Sottoriva, esperti in computational biology – dice Mazzaferro – La tecnologia oggi ci permette di studiare numeri e situazioni sempre meglio: possiamo scoprire molte più cose e molto più in fretta di quanto eravamo in grado di fare prima”.
In prospettiva, le informazioni raccolte potrebbero aiutare anche in altre aree dell’oncologia. “Di fatto, usiamo il trapianto di fegato come piattaforma di conoscenza di una nuova prospettiva con cui osservare il controllo dei tumori – dice Mazzaferro – Se riusciamo a capire a fondo certi meccanismi, potremmo applicarli ad ambiti diversi”.
Il tutto grazie a un metodo che rimane una cifra dell’Istituto milanese: la ricerca traslazionale, ovvero il connubio stretto tra studio e cura. “Il progetto è fondamentalmente uno studio di tipo immunologico: parte dall’area clinica e poi torna indietro – dice Mazzaferro – Gli americani parlano di approccio ‘bench to bedside’, dal laboratorio al letto dei pazienti. Ma qui, forse, è ancora di più: potremmo chiamarla ‘bench to real life’, perché riguarda anche gente che ha lasciato quel letto cinque o dieci anni fa per tornare alla vita normale”.
Fonte: insalutenews.it























