Trapianti, numeri record in Veneto: «Il donatore più vecchio: 92 anni»
E per la riabilitazione dal tumore al seno ci sono i sette equipaggi Dragon Boat
Il più anziano (d’Italia) aveva 92 anni e ha salvato la vita a un paziente anche lui con i capelli bianchi, donandogli il fegato. Poi trapiantato dal professor Umberto Cillo, direttore della Chirurgia epatobiliare e del Centro trapianti di fegato dell’Azienda ospedaliera di Padova. Tanti altri sono padri e madri, che donano ai figli porzioni del loro fegato o un rene: «E cos’altro dovremmo fare? Per i figli daremmo anche la vita». È un campione dei 226 donatori di organo (contro i 177 del 2022) che l’anno scorso hanno consentito al Veneto di raggiungere cifre record. Prima fra tutte 680 trapianti (522 nel 2022) da donatore deceduto e 752 di fegato e rene da donatore vivente (rispetto ai 604 di due anni fa).
Più della metà dei donatori ha oltre sessant'anni
Al di là dei numeri vanno evidenziate le tante vite riconquistate e i passi da gigante compiuti dalla scienza. «Oggi il 60% dei donatori ha più di 60 anni — spiega il dottor Giuseppe Feltrin, coordinatore del Centro regionale Trapianti —. Nell’ottica di mettere a disposizione dei malati in lista d’attesa un numero sempre maggiore di organi ricorriamo anche al crossover (coppie malato-familiare donatore non compatibili vengono incrociate con altre in situazione analoga, in modo che la donazione avvenga tra donatori e riceventi tra loro compatibili, ndr). È stato fatto un cross over tra Padova, Spagna e Portogallo per esempio. Utilizziamo pure organi di donatori con Hiv o epatite B e C, destinati a riceventi con le stesse patologie, o positivi al Covid, ma non in malattia conclamata. In questo caso sono diretti a pazienti vaccinati di recente o appena usciti dalla medesima infezione». Viene prima valutato attentamente il rapporto rischio-beneficio e poi il ricevente deve firmare il consenso.
Scesa la percentuale di opposizione alla donazione
Le nuove frontiere della scienza hanno consentito di prelevare organi anche da donatori a cuore fermo. Tecnica intrapresa nel 2017 ma che solo lo scorso 11 maggio, con l’équipe del «Centro Gallucci» di Padova guidata dal professor Gino Gerosa, ha completato il cerchio trapiantando, per la prima volta in Italia, proprio un cuore, rimasto fermo 20 minuti (dopo ne sono stati impiantati altri quattro). «L’uomo che lo ha ricevuto, un cinquantenne, mi ha scritto perché vuole ricambiare la visita che gli feci subito dopo l’intervento», rivela il governatore Luca Zaia, che aggiunge: «I numeri del 2023 entrano di diritto nella storia della sanità veneta, come la generosità della popolazione, testimoniata dalla percentuale di opposizione alla donazione scesa al 19%, a fronte della media italiana del 31,5%».
Gli equipaggi del Dragon Boat in rosa
Il Veneto è in prima linea anche per la cura del tumore e la riabilitazione, fisica e psicologica, dei pazienti. In quest’ottica assume un significato importante il progetto «Dragon Boat in rosa», per la ripresa fisica e il sostegno psicologico e sociale delle donne operate di cancro al seno, finanziato dalla Regione con un contributo di 50mila euro nell’ambito della campagna «Vivo Bene». «Ci sono sette equipaggi, che si allenano e partecipano a gare — illustrano Manuela Lanzarin, assessore alla Sanità, e Francesca Russo, a capo della Direzione Prevenzione —. Lo sport unisce, non fa sentire sole le donne colpite dal tumore al seno, causa di cinquemila interventi chirurgici all’anno nel Veneto, e fa prevenzione. È scientificamente dimostrato che l’attività motoria riduce il rischio di contrarre neoplasie, incappare in complicanze e nelle recidive. E a proposito di prevenzione, sono fondamentali gli screening: la percentuale di adesione a quello alla mammella è del 60,5%, ma deve crescere».
Fonte: corrieredelveneto.corriere.it























