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Un progetto pilota incentiva i trapiantati a fare sport

Non e' il rigetto a uccidere i pazienti trapiantati, ma gli stili di vita sbagliati: fumo, alcol e, soprattutto, sedentarieta'. Se il rigetto cronico, che porta alla necessita' di espiantare l'organo, colpisce il 5% dei pazienti, le malattie cardiovascolari colpiscono il 9% a cinque anni dal trapianto e il 5 a dieci anni, portando in molti casi alla morte. Sono i dati presentati da Patrizia Burra, direttore dell'Unita' di trapianto multiviscerale dell'Universita' di Padova, nel corso dell'Esot, il congresso europeo sui trapianti d'organo a Glasgow.

"Ormai - spiega Burra - di rigetto non si muore, e i farmaci ci consentono di abbassare di molto anche il rischio di rigetto cronico, che pregiudica il trapianto. Il vero nemico per i trapiantati e' psicologico: si esce dalla fase acuta, ci si considera dei sopravvissuti, e spesso ci si lascia andare a livello fisico, ingrassando, bevendo e fumando. Abbiamo in particolare tre categorie a rischio: gli adolescenti, che non rispettano le regole e non si curano abbastanza, quelli a 15-20 anni dal trapianto che ormai pensano di avercela fatta e le donne che riprendono subito la vita in famiglia. Noi dobbiamo dire a questi pazienti che e' un peccato mortale lasciarsi andare e rischiare di morire d'infarto solo per stili di vita sbagliati dopo aver ricevuto un dono tanto prezioso come un organo. Devono rimettersi in gioco, tornare a lavorare, e soprattutto fare molto sport".

Per questo, ha annunciato Burra, il Centro nazionale trapianti "ha lanciato un progetto con Emilia Romagna e Veneto come regioni pilota, in cui lo sport viene prescritto ai trapiantati come fosse una terapia. Divideremo i pazienti in due gruppi, e tra un anno vedremo nei numeri i giovamenti avuti dal gruppo che ha praticato sport regolare, seguito da uno staff di medici sportivi".

Fonte. Sanitanews.it

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