Epatite C, l'importanza dell'ampliamento dello screening per far “emergere il sommerso”

L'epatite C è una malattia silente, spesso non dà sintomi ma purtroppo, nella gran parte dei casi, non ci si accorge di averla contratta finché la malattia, che continua a progredire, non porta a gravi conseguenze, come cirrosi epatica, tumore del fegato, decesso.L'infezione presenta una specifica relazione con l'età: in Italia è più diffusa tra le persone di età superiore ai 35 anni e, soprattutto, in quelle over 50, in conseguenza del fatto che, prima degli anni Novanta, il virus non era ancora stato scoperto. «Considerando che le persone tra i 50 e i 60 anni rappresentano il 15% della popolazione italiana e quelli tra i 60 e gli 80 anni il 20%, il numero previsto di individui infetti ma inconsapevoli è consistente» afferma Alessandra Mangia, responsabile dell'Unità di Epatologia presso l'Irccs "Casa Sollievo della Sofferenza" di San Giovanni Rotondo (FG). Nei frequenti casi asintomatici, ricorda, la diagnosi avviene in concomitanza con controlli medici dovuti ad altre comorbilità, che possono rappresentare un campanello d'allarme per la presenza di epatite C. «Vasculiti, glomerulonefriti e problematiche immunologiche sono manifestazioni extraepatiche fortemente associate all'infezione da HCV» precisa Alessandra Mangia. Ma anche «sindrome metabolica, obesità, diabete, resistenza all'insulina e steatosi».
L'HCV è un virus sistemico, ovvero gli effetti dell'infezione non sono limitati al tessuto epatico e possono essere causa o complicanza di altre patologie, aggiunge Alessia Ciancio, professore associato di Gastroenterologia presso il Dipartimento di Scienze Mediche dell'Università di Torino. «Con l'epatite C, possono manifestarsi malattie extraepatiche immuno-correlate come la crioglobulinemia mista e il linfoma Non Hodgkin a cellule B, oppure la sindrome sicca, le artralgie e le mialgie. L'infezione da HCV, inoltre, determina un aumento del rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, disturbi neuropsichiatrici e malattie della tiroide», oltre a un maggior rischio di sviluppare tumori extraepatici.
Affrontando il tema dello screening, secondo Mangia «ogni persona con più di 50 anni dovrebbe sottoporsi al test, anche in assenza di sintomatologie, richiedendo al proprio medico di famiglia di inserire l'esame tra gli altri previsti dai consueti check-up legati all'età». Anche diabetologi, cardiologi, endocrinologi ed epatologi dovrebbero includere la ricerca degli anticorpi anti-HCV ed eventualmente dell'HCV-RNA nei loro controlli, afferma.
Lo screening è quanto mai importante soprattutto perché l'epatite C oggi è una malattia curabile: con le terapie disponibili è possibile eliminare il virus HCV dall'organismo in oltre il 90% dei casi. «Individuare le persone affette da epatite C e inconsapevoli ha un impatto considerevole a livello socio-sanitario» conferma Marcello Persico, Ordinario di Medicina Interna all'Università di Salerno. «Quando si scopre la malattia e il paziente viene curato, il virus viene eliminato dal suo organismo: in questo modo si neutralizza la possibilità di trasmetterlo ad altre persone. Ma soprattutto la persona affetta da epatite C guarisce nella maggior parte dei casi, evitando in tal modo il rischio di degenerazione in cirrosi epatica e di sviluppo di cancro al fegato». Centri prescrittori e terziari lavorano su tutto il territorio nazionale per far 'emergere il sommerso' ma, per raggiungere gli obiettivi stabiliti dall'OMS (eradicazione mondiale entro il 2030), occorre uno screening di massa come quello previsto da un programma nazionale di recente approvazione, «rivolto ai nati tra il 1969 e il 1989», oltre che alla fascia di età tra i 50 e gli 80 anni e a interventi nelle carceri e nei Sert. «Bisognerebbe inoltre puntare l'attenzione sulle zone rurali e nelle periferie dei grandi centri urbani, coinvolgendo i medici di medicina generale».
«Questi ultimi devono saper riconoscere i fattori di rischio che possono concorrere allo sviluppo della malattia, come la prevalenza in determinate età, aree endemiche di origine o l'uso di sostanze» ricorda Alessandro Rossi, medico di medicina generale della SIMG (Società italiana di medicina generale). «In generale, ogni assistito che presenti un'elevazione delle transaminasi dovrebbe essere sottoposto al test per l'HCV». Alcuni aspetti dovrebbero però essere migliorati per fornire gli strumenti adeguati al generalista per contribuire all'emersione del sommerso: «la formazione, considerando che si tratta di un problema epidemiologico importante; la connessione con la rete degli specialisti (infettivologi, epatologi); l'adozione di un reflex testing che consenta con un unico prelievo ematico di collegare il test anti-HCV e quello confermativo dell'HCV-RNA, rendendo più efficace e agevole la procedura sia al medico che al paziente».
Fonte: doctor33.it























