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A Cosenza la prima arterializzazione portale del fegato eseguita su un paziente affetto da tumore del fegato

 

Nell'Ospedale Annunziata di Cosenza è stata effettuata per la prima volta al mondo l'arterializzazione portale del fegato per via extracorporea. Affaritaliani.it ha intervistato il professor Bruno Nardo, autore dell'eccezionale intervento


Di Benedetta Sangirardi

La Calabria protagonista. Non di un caso di malasanità, come spesso purtroppo leggiamo sui quotidiani, ma per un intervento eccezionale. Nell'Ospedale Annunziata di Cosenza è stata effettuata per la prima volta al mondo l'arterializzazione portale del fegato per via extracorporea in un paziente sottoposto ed intervento chirurgico di resezione epatica per neoplasia.

 

L'intervento, perfettamente riuscito, è stato eseguito dal professor Bruno Nardo con l'ausilio di una apparecchiatura extracorporea mai utilizzata in precedenza per questo fine. Un dispositivo rivoluzionario ideato da Nardo e impiegato sia in sala operatoria che al letto del paziente destinato ad aprire nuove frontiere nel campo della chirurgia epatica e dei trapianti di fegato

 

Quarantotto anni, docente di chirurgia generale all'Università di Bologna, Nardo sin dalla tesi di laurea si è occupato di trapianti di fegato. La sua vita è stata caratterizzata da studi nel campo della chirurgia epato-bilio-pancreatica, dei prelievi d’organo e dei trapianti di fegato e reni. E proprio per i suoi studi scientifici ha ricevuto premi e riconoscimenti in congressi nazionali ed internazionali.

 

Prof Nardo, lei ha dedicato gran parte della sua vita in studi e ricerche sull'arterializzazione della vena porta e sul fegato in particolare. Come giudica questo risultato?

"Nel 2003 ho eseguito un intervento per un'epatite fulminante su una ragazza di 25 anni in coma per insufficienza epatica acuta. Si è trattato di un'arterializzazione della vena porta per via chirurgica. Anche in quel caso è stata la prima volta in assoluto. Abbiamo aperto l'addome della giovane e poi collegato un'arteria con la vena dell'intestino per far arrivare ossigeno al fegato attraverso la vena porta, che normalmente non riceve sangue arterioso e quindi ossigeno. Poi gli studi sono andati avanti su animali di piccola e grossa taglia...”

 

E quale è stato il passo successivo?

"Quello di creare un apparecchio per superare l'intervento chirurgico e per consentire in altro modo alla vena porta di ossigenare il fegato. Un sistema che permette di avere un recupero più rapido del fegato quando questo subisce dei danni tossici o anche in casi, come quest'ultimo, di asportazione di parte del fegato. La parte di fegato che rimane viene aiutata a funzionare meglio con questa ossigenazione epatica".

 

Qual è la novità assoluta di questo intervento?

"Per la prima volta è stato eseguito sull'uomo. Questo apparecchio che ho brevettato nel 2004 e poi perfezionato  attraverso studi su animali, è stato finalmente utilizzato sugli esseri umani. Si tratta di un apparecchio molto semplice e poco costoso, che può essere utilizzato sia in sala operatoria, sia al letto del paziente"

 

Come funziona?

"E' come un rubinetto. Aprendolo e chiudendolo si fa in modo che il sangue arterioso arrivi al fegato regolando i flussi, la velocità e altri parametri che servono per regolare l'arterializzazione. I pazienti ne beneficeranno proprio perché anche se in un paziente si lascia un piccolo pezzo di fegato, questo può avere maggiore supporto nutrizionale per avere quella rigenerazione epatica che spontaneamente si ha in 3-4 settimane. E a volte il paziente può anche morire in attesa di questa rigenerazione".

 

Su quali pazienti viene eseguita l'operazione?

"Su chi ha un tumore al fegato esteso, in cui è necessario decurtare il fegato anche dell'80-85%. O anche sui pazienti in cui la decurtazione non è così ampia, ma la parte di fegato che rimane ha subito danni tossici chemioterapici, cioè la stragrande maggioranza. Quando operiamo pazienti che hanno fatto la chemioterapia, troviamo un fegato non sano. Come in quest'ultimo caso, in cui avevamo di fronte un fegato grasso danneggiato dalla chemioterapia. Se il fegato rimanesse in quello stato, senza un supporto, darebbe delle grosse complicanze o anche la morte. L'obiettivo è far riprendere al massimo la funzionalità dell'organo".

 

Qual è il vantaggio immediato per il paziente dopo un intervento di questo tipo?

"La sicurezza, dopo l'intervento, di avere a disposizione un apparecchio extracorporeo che gli ossigeni il fegato al bisogno. Senza dimenticare che serve a diminuire sia la possibilità di morte post operatoria, sia le complicanze. O anche in casi estremi di pazienti in coma perché il fegato è stato distrutto da intossicazione da farmaci, questo apparecchio può essere applicato per la rigenerazione dell'organo nell'attesa di avere un fegato da trapiantare".

 

Come ha reagito il paziente all'intervento?

"Benissimo, direi che non se n'è neanche accorto. Non ci sono stati problemi clinici di nessun tipo".

 

Perché questo intervento è un passo importante per i trapianti di fegato?

"Proprio perché nei casi più gravi, come un paziente in coma per epatite fulminante, nell'attesa che arrivi un organo idoneo per il trapianto, questo sistema può consentire di attendere in condizione di maggiora sicurezza o favorire l'ossigenazione del fegato. O addirittura, come è accaduto nell'intervento alla ragazza bolognese nel 2003, a evitare il trapianto. Un caso del tutto eccezionale trattato nelle migliori riviste scientifiche".

 

La sanità calabrese è spesso presa di mira per i casi di malasanità. E invece questo intervento, ricordiamo primo al mondo, è stato eseguito proprio a Cosenza... "Io mi sono formato all'università di Bologna, ma sono calabrese di nascita. Sono molto soddisfatto del fatto che sia stato fatto in Calabria e di avere avuto la possibilità di farlo proprio qui. Così come sono soddisfatto di aver aperto una nuova strada per lo studio della chirurgia epatica".

 

Fonte: Affaritaliani.it

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