Cinque trapianti in 24 ore Equipe da record al Sant'Orsola
A Bologna maratona in sala operatoria per la 'squadra' del professor Pinna. Tre trapianti di fegato e due di reni. Trenta le persone al lavoro

CINQUE TRAPIANTI in ventiquattro ore e altrettanti pazienti che ritrovano la speranza di una vita migliore.
E’ accaduto al Centro trapianti del Sant’Orsola, diretto dal professor Antonio Pinna, dove giovedì, dalle prime ore del mattino fino a mezzanotte, chirurghi, anestesisti e infermieri hanno dimenticato orari, turni e riposi per eseguire appunto cinque trapianti, tre di fegato e due di reni, su pazienti fatti arrivare da mezza Italia. Uno degli interventi è stato eseguito «con effetto domino», come si dice in gergo, cioè il fegato del secondo paziente ad avere ricevuto il trapianto è stato a sua volta trapiantato sul terzo paziente. Per far fronte al superlavoro, in tre sale operatorie si sono alternati 10 fra chirurghi e specializzandi, 5 anestesisti e 15 infermieri.
«Per i trapianti è così — spiega il chirurgo Giorgio Ercolani —, possono passare giorni senza un donatore e poi succede che ne arrivano due insieme e vanno eseguiti cinque interventi in poche ore. Ma la nostra struttura è attrezzata per ogni evenienza».
TUTTO è iniziato mercoledì pomeriggio, quando dal Bellaria è stato segnalato il primo donatore, dopo la morte di un 64enne per aneurisma. La prima equipe è entrata in azione per eseguire il prelievo di fegato e reni. Poco dopo, a Parma un 44enne è deceduto per incidente stradale e una seconda equipe è partita subito. Intanto, al Sant’Orsola si predisponeva tutto per i trapianti. Sono partite le fatidiche telefonate ai pazienti in lista d’attesa: il coordinamento infermieristico, diretto da Mirella Campomori, si è tenuto in costante contatto con loro, provvedendo a tutte le loro necessità. Per una calabrese, un siciliano e un sardo, sono stati organizzati voli militari che li hanno trasportati a Bologna. Poi, alle prime ore del mattino, sono cominciati gli interventi, eseguiti da altre tre equipe: il primo è stato il trapianto del fegato su un sassarese di 63 anni, che aspettava da 15 mesi, poi è toccato a un bresciano 62enne, in attesa da un anno e mezzo, il quale a sua volta ha donato il fegato a un 63enne della provincia di Parma, che aspettava da due anni. «Questo perché — spiega Ercolani — il sardo è affetto da amiloidosi familiare, una patologia per la quale il fegato produce un deficit enzimatico che si sviluppa in un lasso di tempo molto lungo, dai 30 ai 50 anni, per cui garantisce una lunga sopravvivenza. Andava tolto subito al paziente di Sassari, ma poteva essere riutilizzato per qualcun altro».
IL SECONDO intervento, quello più complesso, è stato eseguito da Pinna in persona. Molti, fra medici e infermieri, hanno fatto i doppi turni, da una sala all’altra. E sempre nelle stesse ore, il professor Giovanni Fuga e la sua equipe ha eseguito, l’uno dopo l’altro, i due trapianti di reni su una donna calabrese di 54 anni e un agrigentino di 64, cui hanno partecipato anche i nefrologi.
«E’ stata dura — dicono Ercolani e Claudia Tabanelli, coordinatore infermieristico del blocco operatorio —, ma alla fine la soddisfazione è stata grande. Basta guardare in faccia i pazienti per capirlo. Era importante non perdere alcun organo, che sarebbe stato dirottato verso altre città. In passato è accaduto, da tempo non succede più». Tutti i trapiantati sono in discrete condizioni, ma la prognosi sarà sciolta solo fra 5-6 giorni.
«Va sottolineato — aggiunge Ercolani — che i pazienti aspettavano da tanto tempo perché la carenza di organi in Italia è più accentuata che in altri Paesi. Questo perché ancora non c’è la cultura della donazione: negli ultimi tempi sono cresciuti i casi in cui i parenti del deceduto si sono opposti alla donazione. Ogni 100 possibili donatori, nel 30% dei casi la famiglia si oppone. E’ importante che la tendenza si inverta». Se non c’è una dichiarazione scritta o il deceduto non è iscritto all’Aido, sono infatti i familiari a decidere.
A BOLOGNA, struttura d’eccellenza in Italia, nel 2008 sono stati eseguiti 54 trapianti di fegato, 51 di rene, 18 di cuore, 2 di intestino e uno multiviscerale. Nel Centro operano, oltre a Pinna, 8 chirurghi, tre specializzati con contratto a termine, 9 specializzandi, 41 infermiere e 8 anestesisti.
«Il problema di questa attività — spiega il professor Stefano Faenza, ordinario all’Università e direttore della Terapia intensiva e della sala operatoria del Centro trapianti — è che non c’è la possibilità di gestirla con una programmazione temporale adeguata, perché la donazione è un evento improvviso e imprevedibile. Questo richiede un coinvolgimento unitario del gruppo, una totale disponibilità, stima reciproca, professionalità ed entusiasmo. Al Sant’Orsola questo si è realizzato, pertanto non abbiamo paura di nulla. Stavolta dovevamo far fronte alla situazione, non potevamo sprecare organi. Alcuni di noi sono rientrati dalle ferie, altri hanno fatto più turni. Nulla di eccezionale, è il nostro lavoro».























